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Uno dei regali più belli che non ho ricevuto, ma mi sono fatto per questo Natale 2019, è l’ultimo libro di Nan Goldin edito da Steidl, “The Other Side”. Innanzitutto il merito principale va alla casa editrice tedesca, che come sempre realizza dei libri fotografici incredibili, sia per la scelta degli autori, che dei temi affrontati, alcune volte oserei dire anche scomodi. Acquistandolo direttamente dal loro sito, con spedizione gratuita, arriva in un pacchetto di cartone molto curato avvolto da una striscia di nastro adesivo bianco con stampato STEIDL STEIDL STEIDL, per capirci, un pacchetto tipo di quelli Amazon, ma di “lusso”. Aprendolo si percepisce subito la qualità del prodotto anche dalla  cura con cui è stato preparato, e infatti, sorprese delle sorprese, dentro si trova una lettera di ringraziamento per l’acquisto, con tanto di firma olografa di chi l’ha impacchettato. Nel mio caso tale Timo, o meglio Herr Timo. Trovo che sia un modo molto elegante di affezionare il cliente, un tipo di marketing non aggressivo, e per un attimo si ha davvero la sensazione che il commercio online non sia così spersonalizzato come quando si compra dai soliti grossi gruppi. In mano è pesante, sembra di avere in mano un oggetto prezioso tenere con cura.

Niente da dire sulla qualità di stampa, di una bella carta di una certa grammatura, mai piaciute le donne troppo magre, e in generale l’impaginazione è molto elegante. L’unica cosa che non mi piace è l’aver deciso di pubblicare su due pagine alcune foto orizzontali, trovo che sia meglio una foto piccola piuttosto che una foto mozzata dalle pieghe delle pagine, ma questo accade spesso, ed è una scelta editoriale, per fortuna sono poche. Inoltre, come si vede dal video più sotto, a differenza di tante case editrici che incaricano il photoeditor di impaginare il libro, Steidl dà massima libertà all’autore, quindi possiamo proprio dire che questo è un libro di Nan Goldin.

Ho scoperto l’uscita di quest’opera abbastanza casualmente. Seguo la pagina di Nan Goldin su Facebook e dopo tanto tempo di silenzio è venuto fuori un video promozionale questo volume. Non è nulla di sconvolgente, è un’intervista da Steidl durante la preparazione del nuovo libro, ma conversa con una tale autenticità che mi ha mosso qualcosa. Mi ha emozionato sentire un’artista così importante, dire cose intime tipo “finally I had a voice”, quando racconta del suo primo incontro con una macchina Polaroid che le era stata data a scuola. Capire da dove nasce l’esigenza di fotografare, il bisogno più profondo e basico che per lei non era altro che avere la possibilità di esprimersi. In un istante emerge tutta la sua fragilità e timidezza, che non nasconde anche davanti alla telecamera, nonostante sia una delle più grandi artiste contemporanee. Le immancabili sigarette, compagne di una vita di Nan, che l’aiutano a sentirsi più disinvolta, nonostante guardi raramente in camera, oltre a procurarle una certa voce roca. La fotografia ha dato alla Goldin la possibilità di esprimersi liberamente, prima era di fatto una ragazzetta difficile del liceo, che faceva fatica a relazionarsi. E i suoi soggetti sono altrettanto difficili: tutti i suoi migliori amici transgender, drag-queen, prima di Boston e poi della New York più turbolenta, molti dei quali se non quasi tutti, sono poi morti negli anni successivi di AIDS. Il tutto avviene con un rispetto dei soggetti che si percepisce in maniera quasi palpabile.

Come sempre, precorritrice  dei tempi, la Goldin è una delle fotografe che ha dato il maggiore contributo a far entrare la forografia nel mondo dell’arte contemporanea. Quando inizialmente queste immagini venivano viste, le dicevano che quella non era arte, ma vita reale.

Sfogliare i libri di Nan Goldin è come guardare degli album di famiglia, dove però le persone non sono in posa e non sono costrette a sorridere. Le foto soni quasi tutte degli snapshots, che potenzialmente chiunque di noi potrebbe fare, ma hanno un filo conduttore che le lega per quasi trent’anni. Spesso mosse, o non del tutto a fuoco, ma non è di certo la tecnica ad essere al centro della ricerca di questa artista. Usando una Leica M7 con soggetti spesso in movimento e spesso fotografando in interni, non aveva di certo la pretesa che fossero pulite. Sono altresì convinto, che se fosse stata una giovane fotografa del nostro tempo, semplicemente avrebbe usato un comune smart-phone, o quantomeno iniziato con questo. La differenza non la fa il mezzo, ma l’avere qualcosa da dire.

“Questo è un libro sulla bellezza. E sull’amore per i miei amici.” – Nan Goldin

In “The Other Side” c’è tutto questo. Rispetto alla prima versione del 1993 ci sono molte fotografie inedite, una prefazione dell’autrice e le voci dei protagonisti e una maggior cura del colore di cui la fotografa si era al tempo lamentata. Le prime fotografie del libro risalgono ai primi anni ’70, quando Goldin viveva a Boston con un gruppo di drag queen e documentava il loro fascino e la loro vulnerabilità. All’inizio degli anni Ottanta, Goldin raccontava la vita di amici transgender a New York quando l’AIDS iniziò a decimare la sua comunità. Negli anni Novanta, ha fotografato l’esplosione delle Drag come fenomeno sociale a New York, Berlino, Bangkok e nelle Filippine, fotografando sia la loro vita pubblica che privata e nel loro backstage.

“The Other Side” è un lavoro diverso da quello di “The Ballad of Sexual Dependency” (1986), il suo capolavoro assoluto. Nella nuova pubblicazione l’attenzione è focalizzata proprio sul genere diverso, argomento ampiamente dibattuto anche in Italia negli ultimi anni.

Quest’anno, con Nan Goldin ho un po’ esagerato, tantochè ho comprato tre bellissime tavole da skate con delle sue foto. Una collaborazione ad edizione limitata con il marchio Supreme. Ho cercato in qualche modo di unire le mie due passioni di sempre, quella da adulto per le foto di Nan e quella dello skate da ragazzo. Ormai non ho più l’età per andarci, ma sbavo ancora quando guardo i video su youtube e i ragazzini per strada.

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